Ho visto… uno studente sui sedici anni – armato di iPhone e penna – rincorrere un “vecchio” saggio – il filosofo Salvatore Natoli – all’uscita del teatro Garibaldi, per chiedergli un autografo e dove sia “via della felicità”… ho visto l’abbacinante fulgore del chiostro di Santa Maria del Gesù, preso d’assalto da centinaia di persone con in tasca una parola da scambiare con il maestro Piero Guccione, sul tema della bellezza ritrovata; o desiderose di provare quel deliquio di piacere che solo il cioccolato di Bonajuto, sposato al grano e al miele, riesce a offrire…
…ho visto un pubblico di giovanotti (ex) sessantottini emozionarsi, alle luci calde e basse dell’auditorium, accompagnando sotto voce i ricordi cantati di Ernesto Bassignano... ho visto la maestosa scalinata di San Giorgio, colmarsi di gente e stupore per il concerto di Eugenio Finardi, svelatosi fratello in tanta armonia
…ho visto una folla di lettori mettersi in fila, al Palazzo della Cultura, per portarsi a casa una dedica di Amara Lakhous... ho visto tanta gente commentare ammirata i 37 capolavori che la Permanente di Milano ha scelto di portare a Modica (mica a Palermo…), per la sua prima volta in Sicilia; ne ho vista altrettanta accalcarsi “in Paradiso”, tra i vicoli del quartiere del Monserrato, per farsi rubare il fiato dal panorama e gli occhi dalle opere realizzate, senza mezzi ma con tanto genio, dagli amici artisti di Marcel Cordeiro

Quant’altra meraviglia ho visto. Che però mi tengo golosamente dentro. Meraviglia e fame ho visto. Sì, fame: di parola, di arte, di musica, di poesia, di teatro. Di Contaminazioni. Fame di cultura avevano negli occhi i modicani (ma non solo loro), che hanno scelto di diventare i protagonisti degli eventi di Modica Miete Culture, fortemente voluto dall’amministrazione e gratuitamente messo in piedi da decine di volontari.
Felice anche nello slogan, perché a tutta questa fame non si poteva non rispondere che con il grano che, di questo tempo e da queste parti, vuole essere mietuto. E trasformato in pane, buono per lo stomaco e lo spirito.
Che poi, a pensarci bene, la fame di bellezza che attanaglia “questi siciliani atipici, che sono i modicani” (e la definizione, che sottoscrivo, mi è stata regalata da Cordeiro, durante una chiacchierata tra “immigrati per amore”) è atavica. Viene dal loro essere eredi dell’antica Contea; dallo splendore del barocco che li circonda; dalla ricchezza, che hanno ottenuto con la fatica; dal loro essere artigiani (e, quindi, artisti, capaci di modellare una pluralità di materie: quella piena come la parola, quella morbida come la pietra e quella dolce come il cioccolato); dal loro andare (per curiosità o necessità) in giro per il mondo.

E allora, se non fosse azzardato, butterei lì: beato chi ha fame di sapere, perché a Modica verrà saziato. Non solo perché gli appuntamenti in cartellone non sono finiti (i prossimi saranno i giorni della fotografia e della danza). Ma anche perché (e questo è un auspicio) quest’atmosfera frizzante che ha riproposto la città come autentica agorà mediterranea, non può smettere di contaminarvi. Chicchi e spighe sono ancora sparsi, per le vie e le piazze di Modica: la fame non lascerà che il vento se li prenda.

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