Le Luminarie al Palazzo della Cultura

Parlano sicuri. Sicuri delle loro convinzioni. Sicuri di aver fatto una cosa bella, grande, importante. Si chiamano: Beatrice, Gioia, Ezechiele, Eleonora, Elena, Caterina, Concetta, Tiziana. Sono alcuni degli alunni (di terza, quarta e quinta A, indirizzo architettura e scultura) del Liceo Artistico “Tommaso Campailla” di Modica. E sono i giovanotti (e le giovanotte) che insieme agli Scout, agli universitari, agli artigiani, agli architetti, agli elettricisti, ai volontari delle associazioni… hanno reso possibile Un Canto di Luce (clicca qui per rivivere integralmente la serata del 10 dicembre).

Hanno prodotto – nei laboratori della scuola, affiancati dai professori – un numero notevole di Luminarie, rendendo veri e tangibili i disegni e i sogni dei loro “fratelli più piccoli” (clicca qui per vedere i disegni delle scuole). E dimostrando, nei fatti e senza troppe inutili parole, che giovani a cui affidare in futuro la città (e il Paese) ce ne sono: maturi, entusiasti e seri, concreti e segnatori. E che basta dar loro anche solo un po’ di spazio (e ascolto) per averli a fianco nel progetto di costruzione di un (possibile) domani migliore. Incontrandoli nei giorni scorsi, insieme ai professori Anna Alì e Rosario Cannella (i due referenti della scuola per il progetto), li ho “interrogati” sulla Via Lucis: ecco cosa hanno riposto.

Perché lo avete fatto?
Beatrice: Perché l’idea dell’archietto Cannata ci è piaciuta da subito. E non potevamo non dire la nostra e dare – come abbiamo sempre fatto, negli anni scorsi – il nostro contributo.
Ezechiele: Abbiamo subito compreso che avremmo fatto qualcosa di grande importanza.
Eleonora: Perché ci siamo sentiti coinvolti. Cannata ha voluto incontrarci e, parlando con lui, abbiamo capito che il nostro contributo sarebbe stato fondamentale.
Prof.ssa Alì: Vero. A settembre, nel primo incontro con Filippo Cannata e Marcella Fragapane, ci siamo innamorati immediatamente dell’idea. E abbiamo provato a trasmetterla, con il nostro entusiasmo, ai ragazzi, che l’hanno subito sposata. Sinceramente pensavamo a un carico minore di lavoro. Fortunatamente abbiamo degli alunni splendidi: quando li metti in moto, vanno a mille! Oltre a quelli qui presenti, ce ne sono altri  80 da ringraziare, anche quelli delle classi terza e quarta D, a indirizzo ordinamentale

E com’è andata? Che bilancio ne traete?
Ezechiele: Che sia andata bene non lo diciamo noi soltanto. È stato un successo di tutta la città. Pensavo, oggettivamente, che fosse più difficile. Invece, dopo il primo filo luminoso messo sul primo pannello, è andato tutto alla grande.
Beatrice: Secondo me l’aspetto più positivo, che ha portato a questo grande risultato, è stata la grande collaborazione di tutti. Di noi studenti, di tanti altri giovani, dei genitori, dei nostri professori, delle parrocchie. È passata, finalmente, l’idea che, mettendo in comune e in rete le conoscenze di tutti si possono fare cose grandi.
Prof.ssa Alì: I ragazzi hanno effettivamente capito che cosa si chiedeva loro: essere il tramite di un’idea. I traduttori del sogno dei bambini, calandosi così nel responsabile ruolo di fratelli maggiori.

Nessun momento buio, o di scoramento, quindi?
Prof. Cannella: Quando abbiamo dovuto dire ai ragazzi che non c’era tempo (e spazio) per creare qualcosa di nostro, come io e la prof.ssa Alì avevamo previsto e chiesto: per esempio illuminare il portale di una chiesa, addobbare una via. Ma non è stato possibile. E tuttavia i nostri alunni hanno dimostrato grande maturità nell’accettare di mediare un segno e un sogno fatto da altri, mettendosi di fatto dietro le quinte.
Beatrice: Sì, c’era una sfida più grande da vincere: risucire a lavorare, e bene, con materiali nuovi che non avevamo mai usato

E quando vi è stato detto che non avreste potuto creare nulla “di vostro”, ma che avreste “solo” realizzato l’idea di altri e i disegni dei bambini, cosa avete pensato?
Concetta: Nel trasformare quei disegni ci abbiamo messo la stessa passione e la stessa creatività che avremmo messo nel realizzare un progetto tutto nostro. Creatività (e noi lo apprendiamo ogni giorno) non è soltanto creare… è anche trovare le soluzioni giuste per superare ostacoli e problemi.
Elena: Senza entrare nei dettagli, io per esempio ho trovato, mentre lavoravo, il modo giusto per risparmiare centimetri preziosi di filo luminoso. Anche perché al ritmo di realizzazione che ci siamo dati, c’era sempre il rischio che il materiale non bastasse.
Prof.ssa Alì: Questi ragazzi hanno saputo tradurre al meglio la propria creatività, cioè la capacità di adattarsi e risolvere le difficoltà. E lo hanno fatto con il loro genio, che non è mai ponderabile, misurabile. Ma che noi sappiamo che esiste e ha una grande forza. Del resto, il messaggio didattico ed educativo che questo Liceo porta ai ragazzi è proprio questo: qui si impara a esprimersi, a misurarsi praticamente con un’idea, a confrontarsi col proprio back ground e con ciò che si sa fare, volando con la fantasia ma tenendo saldi i piedi a terra. Oggi il “come si fa” una cosa te lo dice anche il web. Ma la realizzazione pratica di un’idea richiede sudore, concentrazione e pensiero.

Rifareste tutto, quindi?
Prof.ssa Alì: Collaboriamo con “Nel Solco delle Tradizioni” e con l’Amministrazione comunale da almeno tre anni. E dopo questa splendida esperienza viene facile dire che continueremo a farlo. Anche perché in questo Liceo lavorano dirigenti che sanno bene quanto sia importante per un istituto come il nostro essere aperto agli stimoli esterni e alle collaborazioni cittadine. E poi in queste classi insegnano professori molto preparati, attenti e disponibili, che vorrei ricordare e ringraziare, uno a uno: Giovanni Cerruto, Giovanna Micali, Giancarlo Cappello, Salvatore Spanò, Salvatore Gennaro, Silvia Firrincieli

E voi ragazzi cosa ne pensate? Vi stimola o vi annoia questa continua collaborazione con la città?
Beatrice: Spesso, dicendo che siamo giovani è come se ci si volesse dire che siamo… inaffidabili, immaturi, incapaci. Ma se non ci si offre la possibilità di fare qualcosa, di fare esperienza, come potremo mai diventare adulti.
Tiziana: Io lo dico sempre ai miei. Se anche me ne andrò da Modica per l’Università, poi è qui che voglio tornare. Perché questa è la mia terra, la mia città, la mia gente. E a quelli che dicono che qui non c’è niente, rispondo che non è vero. E se anche fosse vero, io penso che tocchi a noi giovani metterci a fare qualcosa, a dare una mano. Modica ha bisogno di noi.

E se doveste tradurre l’esperienza di Un Canto di Luce con una parola, quale usereste?
Ezechiele: Soddisfazione.
Gioia: Entusiasmo.
Beatrice: Stupore.
Caterina: Splendente.
Concetta: Pura emozione.
Tiziana: Merito (il nostro e di tutti).
Eleonora: Orgoglio
Elena: Valorizzazione.

Grazie, ragazzi. Di cuore. Di tutto.

 

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